Due  anni fa ci siamo posti un obiettivo e un problema.

L’obiettivo era di portare in luoghi non convenzionali artisti e designer e chiedere loro di confrontarsi con strutture fisiche, paesaggi e culture di alcuni luoghi nei colli piacentini e produrre opere e immagini.

Il problema naturalmente era come  riuscire a realizzare comunicare idee e opere.

Da tempo Arte e Design si confrontano e agiscono su territori convergenti. Certificare la loro sovrapposizione confrontando metodologie, procedure e risultati ci sembrava interessante. A me personalmente è sempre apparso vitale e salutare mischiare le carte, invertire i ruoli, applicare procedure di pensiero critico in territori solitamente frequentati da altre discipline, tentare in fondo ibridazionil inguisticge e culturali. Il cammino delle avanguardie e del pensiero creativo/negativo è segnato da questi sconfinamenti e il design fortunatamente ha cessato da molti anni di esser considerato una pratica tecnica, finalizzata alla produzione di beni di consumo, che utilizza procedure produttive industriali. Il Design, come ogni espressione di ricerca creativa di percorsi interpretativi del reale non si discosta dalla musica, dalla letteratura e naturalmente dalle cosiddette arti figurative. Il sacrale e mitico Statuto dell’artista che per convenzione e convinzione agisce svincolato da rapporti di clientela ma vincolato dalla necessita di produrre senso e consapevolezza della nostra condizione umana si è spostato anche nel campo del design inteso come attività di progetto, di ricerca e di sperimentazione con le stesse caratteristiche della convenzionale pratica artistica. Daltronde anche la pratica artistica sconfina felicemente spostandosi nei territori della produzione di beni  e di situazioni ambientali pubbliche e di grande consumo. Penso alla produzione di oggetti intrapresa da Cattelan e alla recente apocalittica passerella arancione sul lago d’Iseo di Christo. Room art e Land art, arte figurativa e design sono solo due diversi punti di vista che guardano alla contemporaneità e alle sue aporie culturali e, linguistiche e drammaticamente politiche, con occhio ascetico, o dsincantato ma comunque non ovvio.

Due anni fa chiamai alcuni amici a confrontarsi con luoghi e paesaggi diversi. I risultati  hanno confermato la vitalità e la versatilità di un approccio che sollecita diverse attitudini di progetto, da quella concettuale a quella ironica a quella esoterica, dove il progetto genera macchine parlanti e segni ambigui, misteriosi, coinvolgenti e inaspettati. Una stalla, il greto di un fiume, un bar abbandonato, una corte nobile, una rocca antica e una facciata urbana sono stati i luoghi diversi di questi confronti creativi.

Nella edizione di quest’anno è stato scelto un luogo solo e solitario: il complesso Mulino Calcagno, una casa/cascina e la stalla attigua nei quale collocare i quattro designer invitati. Ognuno di loro  ha scelto di “abitare” e interpretare con le proprie opere stanze e luoghi già abitati, nei quali aleggia il vissuto frammentario delle case e dei luoghi di lavoro abbandonati.

Matali Crasset ha interpretato nel suo stile geometrico ed essenziale la funzionalità rigorosa di una stalla depositando nello spazio assiale, linee, colori e luci che parlano il linguaggio leggero di un luogo sacro quasi una piccola cattedrale.

Sergio Maria Calatroni ha abitato una stanza bella di superfici povere, antiche e ricche di colore, con i segni diversi del suo lavoro: una fotografia, un quadro a olio, un tavolino di marmo, frammenti di  poesia scritti su piccoli specchi, e piccole ruvide ceramiche  create in due settimane di immersione nelle terre del piacentino. Questi episodi arredano in senso emozionale e non funzionale la sala da pranzo, rituale luogo dell’ incontro familiare.

Martine Bedin, in due piccole stanze attigue, colloca i suoi inconsueti oggetti domestici astratti monumentali e molto colorati. Arredi zoomorfi, solidi e geometrici “cabinet”, e lampade come fragili architetture si confrontano con lo spazio semplice di una vecchia cucina e di un tinello con nuovi colori e decori su due sole pareti.

Giulio Iacchetti con “Salmi e Salami” giocando con una lettera accosta morbidi insaccati e parole sacre nel rituale luogo della stagionatura dove insieme saggiamente suggerisce di far invecchiare Salami/cuscino e parole.

A chiudere il percorso, di tutti e quattro gli autori ho raccolto in una stanza disegni e immagini che ne raccontano i personali percorsi, giacchè credo che il disegno sia sempre all’inizio e alla fine di ogni progetto.

 

Franco Raggi, 6 luglio 2016

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