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Mostre e allestimenti

Triennale: Architettura razionale

Un pettine di muri bianchi
L’allestimento della 15° Triennale di Milano perseguì un paradosso logico: fare un allestimento come una architettura, definitivo, povero e non temporaneo. Dal 1968 la Triennale non ospitava più la Mostra Internazionale e quando Aldo Rossi, con mia sorpresa, mi chiamò con altri a collaborare alla 15 edizione il primo problema che ci trovammo a risolvere fu come trasformare il luogo destinato all’esposizione al piano terreno; lo spazio forse più caratteristico dell’edificio di Muzio, con salone rettilineo e grande spazio curvo. Il palazzo era chiuso da anni e se non fatiscente, poco presentabile. Il budget per l’intera mostra naturalmente era esiguo, il tempo poco e, considerando la superficie da allestire, non era pensabile fare un allestimento con tecniche tradizionali effimere e costose. L’idea di Rossi fu semplice e quasi necessaria. Pensò di suddividere costruendo con materiali edili lo spazio secondo una ipotesi seriale modulata dal ritmo dei montanti delle grandi finestre a nastro. L’ordinamento della mostra prevedeva una sorta di chiamata internazionale aperta verso gli architetti che pensavano e facevano architetture come pezzi e parti di città, ricercando una autonomia e insieme una concreta utopia del mestiere. Una sorta di catalogo di intenzioni e di visioni che doveva trovare spazio in una immagine seriale, neutra, e fisicamente scandita come da un rigoroso metronomo spaziale. Il rapporto tra divisione dello spazio quasi conventuale e struttura scientifica della mostra è stretto e senza ambiguità scenografiche. Minimale e austero, poetico ed economico. La pianta a stanze passanti si realizza con pannelli prefabbricati in gesso di basso costo e rapida installazione. La superficie non viene dipinta i giunti rimangono in vista. Il pavimento definitivo e opaco è di piastrelloni in conglomerato grigio da esterni. Unico vezzo “rossiano” il velario con controvento “alla romana” per diffondere la luce della alta finestra a nastro che detta il ritmo delle divisioni. Un approccio razionale e funzionale che ha prodotto invece uno spazio quasi metafisico, specialmente nella curva dove il ritmo della scansione accelera e le piccole stanze identiche, bianche grezze e senza soffitto si affacciano lungo un corridoio ma anche sono connesse da una serie vertiginosa di porte che permettono un percorso in andata e ritorno diverso. L’illuminazione naturalmente non tecnologica, con grandi anonime padelle in metallo di sapore archivistico-militare. Grazie a queste anomale caratteristiche l’allestimento rimase poi per alcuni anni ed ospitò diverse mostre prima di essere “demolito” nel progetto di ristrutturazione dell’intero Palazzo dell’Arte.

 

  • DATA:

    1973

  • LUOGO:

    Triennale Design Museum Milano