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Memorie fragili

Io e il vetro

 

La prima volta che ci ho provato con il vetro muranese era 1981,;che non è una data molto lontana, pensando alla storia del vetro, ma lo è sicuramente per me per le mie storie di incontri con materiali, tecniche e tecnologie applicate.

Credo che, come per molti, il primo approccio sia stato di curiosa euforia per la sensazione di grandi possibilità espressive che il vetro muranese comunica. Erano gli anni ’80, anni di esplosione libertaria e anche anarchica di forme e colori, e Murano con le sue tecniche arcaiche e segrete prometteva di essere un luogo per fondamentali cospirazioni linguistiche nel quieto lago estetico del design italiano.

In realtà le cose andarono un po’ diversamente e le ragioni mi appaiono più chiare ora che col vetro ci sto ancora provando senza mai capire bene se ci sto riuscendo.

Il problema principale è che il vetro soffiato in generale e vetro muranese  in particolare hanno molto poco a che fare con il design. Intendo dire con il design come procedimento tecnico e formale che parte da un disegno preciso fatto a tavolino e si verifica per aggiustamenti su un prototipo. Ci sono tecniche e materiali che lasciano prevedere l’esito della loro applicazione. Se ad esempio uno usa il legno o il metallo, o la pietra o le plastiche anche se non è falegname o fabbro può immaginare degli oggetti, fare dei modelli, disegnarli con quote, prospetti e assonometrie, cominciare a fare dei prototipi e piano piano, per correzioni successive insieme al tecnico o all’artigiano, arrivare ad un risultato.

Questo procedimento di accerchiamento progressivo del nemico, il vetro non lo permette. Non ci sono fasi intermedie di verifica tra l’idea e il pezzo finito. Il vetro è tutto nel suo farsi, lì in fornace dove il designer è un po’ un intruso è fa un gran caldo, e la materia incandescente sembra sempre eguale e i gesti la danza dei maestri vetrai sono misteriosi.

Non a caso i grandi artisti del vetro erano a loro volta essi stessi vetrai o persone che con l’ambiente della fornace avevano lunga consuetudine. Il vetro non ha fretta e non consente fretta. Il pezzo finito non racconta nulla del come è stato fatto, la sua qualità è indicibile.

In più una poderosa pressione estetica/commerciale ha fatto si che il passo tra il Kitsch e il Sublime nell’arte vetraia sia brevissimo. Legioni di cagnolini e pagliacci, cavalli e delfini, caravelle e grappoli d’uva stanno lì come monito permanente ad avvertire il povero designer di quanto il vetro muranese sia terreno oltre che difficile, “pericoloso”.

Allora il problema dell’accerchiamento del nemico, con il vetro di Murano, va probabilmente posto in modo diverso. In modo quasi concettuale.

Ammettendo innanzitutto che i designer sono i vetrai, quelli che il vetro lo maneggiano da secoli. Che le tecniche e le invenzioni antiche e recenti sono già in gran parte le forme più belle del vetro, e che quindi il problema è semmai di immaginare modi nuovi di combinare insieme questi cataloghi di forme, tecnica e di manualità.

Bolle, righe, intrecci, reticelli, incalmi, murrine, cotissi, morise, lattimi, colori, molature e trasparenze sono un alfabeto già fin troppo vasto e aperto da applicare su forme semplici e lineari. La modernità e il nuovo non devono necessariamente essere complicati e bizzarri.

Il progetto allora invece che coltivare ambizioni di irrealizzabile bel disegno può diventare un diagramma, uno schema combinatorio di gesti e materia da lasciare nelle mani dei “maestri“ di Murano.

Il caso ha voluto che dopo 20 anni di frequentazioni muranesi e dopo 10 di pausa mi sia trovato nuovamente, grazie all’invito del Museo del vetro di Altare, a confrontarmi con la tensione creativa della fornace. Ho rivissuto la convulsa procedura che presiede alla realizzazione del vetro soffiato con colori a polvere, ho osservato con apprensione e meraviglia la danza precisa del maestro vetraio, i suoi gesti e la sua autorevole impazienza, ho rivissuto il serrato dialogo col maestro che soffia e modella con tempi esatti e decisioni veloci e irreversibili, ho ritrovato quella strana sensazione di impotenza quando il vetro, ancora acceso e rovente, non può più essere modificato e viene introdotto nel controllato raffreddamento  della muffola. Ho accettato il senso di incertezza del risultato che dura fino al momento dell’uscita del pezzo, molte ore dopo. Pezzo che può esser sorprendentemente bello o deludente e anche a volte spezzato da tensioni invisibili. E questo insieme di emozioni è, stranamente, il bello del lavoro in fornace.

 

Franco Raggi

 

 

  • ANNO:

    2025

  • IN COLLABORAZIONE CON:

    MAV - Museo dell’Arte Vetraria Altarese, Jean-Marie Bertaina

  • CURATORI:

    Federica Delprino, Omar Tonella